Emotional Mapping of Museum Augmented Places

Manipolazioni virtuali della realtà, gesti, forme, superfici vive con realtà aumentata e virtuale

Cose che si possono fare per percepire i luoghi

Aula FoscoloDal 29 al 31 gennaio 2014 si è svolto all’Università di Pavia il Convegno del Collaborative Knowledge Building Group (CKBG). L’importante sede, in cui si sono svolti i lavori del CKBG, vanta più di 650 anni di storia. Per secoli, studenti da tutta Europa sono stati attratti da questo luogo. Alessandro Volta, Vincenzo Monti, Ugo Foscolo e molti altri personaggi celebri hanno insegnato qui. Ed è proprio nell’imponente cornice dell’Aula Foscolo che si è tenuto il simposio “Atemporalita e assenza di radicamento a un luogo”. L’aula del simposio, intitolata al poeta Ugo Foscolo che il 22 gennaio 1809 tenne qui la celebre prolusione “Dell’origine e dell’Ufficio della letteratura”, si è dimostrata un luogo ideale per raccontare storie atemporali, spaesamenti e riappaesamenti, partenze e ritorni.

Una cornice perfetta per discutere della sospensione del tempo, dell’assenza di radicamento ai luoghi, dei percorsi emozionali e delle percezioni sensoriali accresciute dalla tecnologia della realtà aumentata. Il simposio, coordinato da Massimo Giuliani (Centro Milanese di Terapia della Famiglia), ha visto alternarsi i seguenti interventi (nell’ordine):

  • Giulio Mozzi: “Di alcune cose che si possono fare per percepire i luoghi, e del modo in cui l’uso astuto del web può permettere di conservare, condividere, connettere, organizzare, strutturare tali percezioni”
  • Giuliana Guazzaroni: “Realtà aumentata, arte e poesia lungo le vie aquilane”
  • Luisa Nardecchia e Massimo Giuliani: “Sotto il tetto di una storia. La parola e il legame coi luoghi”

Massimo Giuliani ha precisato come la familiarità con i linguaggi delle tecnologie digitali, la scoperta che a volte anche scripta volant, hanno creato scompiglio nella nostra percezione di cosa sia materiale e cosa immateriale, cosa sia fisico e cosa no, cosa voglia dire leggero e cosa pesante. D’altra parte, il fatto che cose leggere possano avere conseguenze pesanti è esperienza comune. Giulio Mozzi sostiene (Mozzi e Voltolini, 2004) che quella con la parola scritta è un’esperienza che ristruttura lo spazio e la percezione stessa dello spazio. Questi tre interventi hanno esplorato alcune delle relazioni possibili fra il virtuale e la materialità dei luoghi fisici, attraverso altrettanti aspetti dell’esperienza di spaesamento – che si tratti del disorientamento indotto dal narratore e dal ricercatore, o che si tratti della vera e propria angoscia territoriale imposta da eventi tragici.

Spaesamento che in un caso (vedi Giulio Mozzi) vuol dire fare i conti con qualcosa di diverso, in un altro (vedi Giuliana Guazzaroni) con qualcosa di più: le realtà aumentate, in un altro ancora (vedi Luisa Nardecchia e Massimo Giuliani) con qualcosa di meno. Ma sempre introduce una perturbazione, una dissonanza cognitiva ed emotiva che siamo costretti a compensare attraverso un lavoro creativo di ri-costruzione del territorio intorno a noi: superando un’idea stereotipata di quel territorio o scoprendo una sua anima che non vedevamo; talvolta, come nel caso del terremoto, costruendo uno spazio metaforico (nei luoghi virtuali e fra le parole del web) che supplisca quello fisico, fratturato.

Continua Giuliani, stiamo parlando di una sorta di ri-appaesamento? Forse. Se sì, certamente provvisorio: perché se conoscere è sempre un incessante costruire e ricostruire, abitare è anche un continuo partire e ritornare.

Il fotoromanzo “Ricordami per sempre” (soggetto di Giulio Mozzi e fotografia di Marco Signorini) come genere narrativo capace di veicolare storie di spaesamenti e riappaesamenti emotivi, di quell’andare e tornare in un luogo, e, infine, ripartire verso un viaggio immaginifico e tanto reale quanto brutale. Il cielo, sopra di noi, lungo un cammino notturno a far riflettere sulle cose essenziali della nostra esistenza attraverso un percorso fotografico (Sul libro di Giulio Mozzi e Dario Voltolini “Sotto i cieli d’Italia”).

Ricostruzione di ciò che è andato perduto, ricostruzione dell’oikos spezzato, riappropriazione degli spazi non calpestabili (la “zona rossa” nel centro storico di L’Aquila) attraverso le narrazioni e gli interventi performativi di arte e poesia in realtà aumentata. Le opere che parlano e aggiungono qualcosa all’assenza, al vuoto del centro storico aquilano. La vita, andata altrove, lascia il vuoto scheletrico delle case sorrette dalle impalcature, il vento che s’incanala nelle fessure, il suono sordo e l’odore del silenzio. A romperlo la musica dei bar che, tuttavia, non copre l’atmosfera irreale che si respira. Il disagio della mancanza di qualcosa che c’era una volta e ora non c’è più. Aggiungere arte e poesia significa accrescere piani narrativi possibili, utilizzando il gesto performativo della tecnologia.

I luoghi raccontati, i tessuti narrativi e connettivi, come gli oggetti quotidiani che si fanno rete in un intreccio vissuto di storie e dati. Filo conduttore la memoria, le memorie e soprattutto il rischio di perdere la memoria. Di non ricordare gli eventi, quelli più tragici, ed è proprio qui che fuoriesce il monologo, il racconto, il tetto di una storia come gestualità apparentemente insignificante, ma più profondamente in grado di ricostruire l’oikos e ridonare ai tanti luoghi disabitati identità e familiarità.

I materiali del simposio sono stati raccolti in: Atemporalità e radicamento: materiali del simposio e in Spaesamenti e riappaesamenti: un percorso di letture e nel libro degli abstract (articolo originariamente pubblicato in L’Adamo).

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